Recensione Fiore di Rocci di Ilaria Tuti

Ci sono molti libri che un lettore può incontrare nella sua vita: belli, brutti, avvincenti, noiosi, da rileggere, da lasciare dopo la prima pagina. Una categoria a sé sono i libri necessari, quei manoscritti che indipendentemente dalla loro qualità devono essere scritti e letti. Tra questi c’è sicuramente Fiore di Roccia di Ilaria Tuti.

Cosa sono i Fiori di Roccia

I fiori di roccia sono le stelle alpine, ovvero quei fiori che, sebbene delicati nell’ aspetto, possono vivere stoici in ambienti estremi, circondati da rocce e pochi altri nutrimenti. Sotto molti punti di vista, affini alle stelle alpine, sono i gli abitanti della Carnia. Gente di poche parole abituata alla fatica e duro lavoro in condizioni ostili. Gente apparentemente dura e “fredda” capace però di gesti di altruismo incondizionato, di accoglienza senza riserve e amicizia eterna nei confronti di chi reputano degno.

Le portatrici Carniche

In questo quadro, tutt’ora poco variato, si inserisce la storia delle portatrici carniche. Donne che, durante la Prima guerra mondiale, abitavano vicino al fronte, la cui capacità di sopportazione e la conoscenza dei sentieri impervi della Carnia fu sfruttata dall’esercito italiano per portare sostentamento ai soldati impiegati sulle alte vette della prima linea. Le Portatrici caricavano le loro gerle di munizioni, viveri, lettere e speranze e affrontavano i sentieri in supporto di quei poveri disgraziati mandati a morire.

La trama di Fiore di Roccia

Nel romanzo della Tuti, Agata appunto è una ventenne di Timau (Paluzza, Friuli-Venezia Giulia) e la sua vita, già fatta di stenti, è resa ancora più complicata dall’arrivo della guerra. La madre è morta, i fratelli maggiori sono filo-austroungarici, quindi traditori, e il padre è in fin di vita. Sulla tavola non c’è cibo, i campi irti non sono più fertili e le prospettive sono nere come la polvere da sparo.

La situazione non sembra avere via di scampo finchè non si prospetta un’opportunità. I giovani al fronte hanno bisogno di aiuto, qualcuno che conosca le montagne a menadito e possa percorrerle con qualsiasi condizione atmosferica, possibilmente anche ad occhi chiusi.
I giovani uomini che potevano svolgere questo compito sono stati spediti sul Carso, quindi l’unica risorsa rimasta sono le donne della Carnia. Il compenso è misero, solo poche lire, ma è la differenza tra il poter sfamare la propria famiglia e morire di fame, nonostante sia proprio la morte ad attendere le portatrici in cima alle loro montagne. Per Agata è una scelta pressoché forzata poiché l’unica alternativa è cedere alle avances del viscido speziale Francesco.

Così, vestite dello spirito di sacrificio che le contraddistingue, le donne di Timau, Paluzza e paesi limitrofi affrontano le Alpi Carniche e i loro fantasmi. Alcuni vivono nella loro mente mentre altri hanno carne ed ossa e sono rappresentati dai giovani soldati. Tra le trincee le donne sono viste dapprima con diffidenza ma pian piano viene riconosciuto loro un ruolo essenziale nella vita del fronte tanto da ricevere un nome ufficiale: le portatrici.
Tra i labirinti di fango e roccia, Agata riesce finalmente a riconoscere il proprio valore e il proprio coraggio diventando presto fidata confidente del comandante a capo del battaglione.

Il valore riconosciuto alle portartici nel romanzo non corrisponde purtroppo a quello convenuto a queste donne nel mondo reale. Se la storia delle portartici è poco conosciuta in Friuli-Venezia Giulia diventa praticamente ignota appena passati i confini regionali.

Il mio parere su Fiore di Roccia

Per questo il libro di Ilaria Tuti è necessario. Potrei dire che la scrittura, a tratti, mi è sembrata sbrigativa e poco dettagliata. Potrei dire che avrei preferito delle descrizioni più minuziose e forse una maggiore caratterizzazione dei personaggi, ma questi dettagli sono nefandezze se paragonati al valore intrinseco della storia.
Quelli che potrebbero sembrare difetti, in realtà sono escamotage perfetti per rendere la storia scorrevole e immediata. Piacevole e arrivabile insomma anche per chi alla lettura non è particolarmente avvezzo. Ed è questo l’importante, che la storia viaggi, venga letta, renda giustizia alla memoria di queste donne.

Maria Plozner Mentil, la Portatrice Carnica che ha ispirato Agata

Un solo nome è ricordato quando si parla di portartici Carniche quello di Maria Plozner Mentil, morta il 15 febbraio 1916 per mano di un cecchino austriaco. Una su migliaia. Il riconoscimento al valor militare è arrivato solo ottant’anni dopo la sua morte, nel 1997, da parte del presidente Scalfaro. Nel mezzo, ma anche dopo, un mare di silenzio che forse ora troverà almeno una voce.

Una storia che merita di essere conosciuta

Noi friulani siamo gente stoica, solitamente di poche parole. Sopportiamo poco la pubblicità e i complimenti. Viviamo di anin, fasin e cumbinin (andiamo, facciamo e ce la facciamo) ma a volte dovremmo anche essere più capaci di raccontarci e farci belli del nostro valore. Me le immagino queste donne piene di paura ma allo stesso tempo spinte da un senso ferreo del dovere e del fare quello che deve essere fatto.
E invece dovremmo parlare di loro e di tutto quello che facciamo in questo valoroso e dimenticato angolino d’Italia. Senza sbrodolare lodi futili ma constando semplicemente quello che è il vero.

Un primo passo in questa direzione è di sicuro la storia scritta da Ilaria.

Se vuoi dare un’occhiata ad uno dei luoghi in cui è ambientato il romanzo, puoi leggere il mio racconto sul Pal Piccolo.

“Anin, senò chei biadaz ai murin encje di fan” , “

“Andiamo, altrimenti quei poveretti muoiono anche di fame”.

Pal Piccolo – Friuli Venezia Giulia & Austria

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