Pal Piccolo: il più bel cimitero del mondo – Pal Piccolo – the most beautiful cemetery in the world

English Version Below – Sto leggendo il libro di Ilaria Tuti “Fiore di Roccia” ed è inevitabile ripensare a quel giorno della scorsa estate, in cui per la prima volta sono salita sul Pal Piccolo.

Scriverò a breve la recensione del libro dell’autrice gemonese, ma vorrei raccontarti prima del Pal Piccolo per come l’ho vissuto io, senza il sovrapporsi della storia di Agata.

Ho insistito parecchio per essere portata quassù.
Se vuoi continuare la Girarifugi, non ci sono timbri da fare lì.” Mi avvisa Stefano qualche giorno prima della gita, ma io sono convinta. È da tempo che voglio andarci e sono stata frenata per fin troppi mesi dal Covid.

Mentre ci avviciniamo in macchina provo un senso di inquietudine che mi accompagna fino al parcheggio.
Il passo di Monte Croce Carnico pullula di quella allegra accozzaglia conviviale, tipica dei passi montani. Gente che si prepara a camminare o arrampicare, motociclisti che affondano i baffi nella schiuma della prima birra ghiacciata del giorno e gli adesivi che ricoprono ogni segnaletica.

Io e Stefano ci prepariamo in silenzio. Cambiamo scarpe e indossiamo le nostre La Sportiva da trail running in Goretex, leggere, robuste e impermeabili. Io mi crogiolo nel riflesso dei finestrini e ammiro i miei nuovi pantaloni tecnici Salewa. Infine, ci carichiamo sulle spalle lo zaino, riempito di pochi indumenti, acqua e panini e ci incamminiamo verso l’Austria. 

Stefano ha già visitato il Pal Piccolo e valuta che nella calura estiva sia meglio affrontare il sentiero all’ombra del versante carinziano, esposto a nord.

Mentre oltrepassiamo gli edifici semi abbandonati del confine, sento il primo nodo alla gola. Penso a quello che è successo circa 500 metri sopra le nostre teste cent’anni fa e rifletto su quanto sia eccezionale entrare nel paese “nemico” senza nemmeno mostrare un documento.

Le pale eoliche ci danno il benvenuto e iniziamo a salire. I metri di dislivello sono pochi ma il sentiero è tortuoso, a volte esposto ma facile. Ci fermiamo di tanto in tanto a bere e ad ammirare il paesaggio che già dal fondovalle rivela ciò che resta del vecchio fronte. Tutto sommato procediamo spediti ma ci vogliono comunque un paio d’ore per arrivare alla cima del Pal.

Pal Piccolo_Austria

Mentre ansimo e avverto il sudore scendermi dalle tempie penso alle portatrici carniche di cui ho tanto sentito parlare e alle lamentele che riservo sempre al “peso” del mio zaino. Niente a che fare con le loro gerle riempite di munizioni e viveri. Mi squadro dalla vita in giù, so che loro salivano con gli scarpèts e le gonne lunghe. Niente di più diverso dai miei comodi e costosi vestiti tecnici che si asciugano con un refolo di vento e mi permettono di fare qualsiasi movimento io voglia.
Quasi in cima, incrociamo il primo cunicolo che si insinua nella montagna come un intestino ritorto che emana un alito gelido.
Proseguendo troviamo altre gallerie, scale vertiginose e ciò che rimane di una cucina. Mi immedesimo in chi viveva questi luoghi e mi manca il respiro. La fatica della salita è già dimenticata, anzi, considero, non è stata nemmeno fatica.

Questo gozzoviglio caotico è ormai un pulito e ordinato museo a cielo aperto, sistemato dalla collaborazione di Italia ed Austria, ma quando arriviamo alla croce di vetta mi rendo conto che la cima, in realtà, non esiste più. Le bombe e il lavoro instancabile dei soldati hanno rotto e consumato la punta della montagna come se fosse quella di una matita. Come un vulcano a cui è scoppiata la calotta.

Nonostante l’immane differenza che distingue i due luoghi, mentre cammino tra le trincee e seguo le indicazioni stradali che danno un senso al caos, mi viene in mente il labirintico cimitero di Parigi Père-Lachaise. Il paragone forse è azzardato, ma in fin dei conti questo luogo ha visto più morte del camposanto francese.

Il vero cimitero monumentale friulano, ma non solo, si trova quassù.

Non ci sono lapidi perché in fin dei conti l’intera montagna è un enorme sepolcro, che custodisce le anime di chi è stato mandato qui verso morte certa. 
Non ci sono bandiere perché per madre natura i confini non esistono, e Italia e Austria si amalgamano l’una con l’altra senza soluzione di continuità.
Le pietre di ogni trincea sono la testimonianza silenziosa e ignota di chi non c’è più.

Ci sono i fiori però. Tanti, colorati, profumati e popolati da vivaci insetti, come a ricordarci che da qualcosa di terribile può nascere qualcosa di bello. 
Come dalla guerra, in fin dei conti, è nata l’Europa. 

L’Europa che, per quanto criticabile sotto alcuni aspetti, ci consente dopo cent’anni, di visitare il Pal Piccolo durante una spensierata gita domenicale e di salutare con un amichevole Ciao o Guten Tag l’austriaco dalle gote porpora che incrociamo all’interno delle asfissianti trincee.

Io e Stefano ci sediamo in disparte per addentare il nostro panino. Stefano mangia ma la mia mente si arrovella finchè non ne può più. Estraggo il mio diario delle gite in montagna e scrivo. 

Scrivo che mi sembra strano essere in questo luogo, ridere e scherzare sapendo il sacrificio che ogni mia risata ha richiesto. Scrivo del senso di gratitudine che sento nei confronti di chi mi ha permesso di essere qui ed udire solo il sibilo del vento anziché quello delle bombe.

Credo che una gita al Pal Piccolo dovrebbe essere obbligatoria per tutti coloro che hanno le possibilità fisiche di raggiungerlo. Questa montagna è un Monumento ai Caduti e racconta una parte importante della storia mondiale. La passeggiata qui dovrebbe servirci da promemoria ogni volta che ci sentiamo arrabbiati verso le istituzioni europee. La politica può essere sbagliata ma l’idea di un’Europa unita e amica no. 

Concludiamo il giro scendendo il versante italiano. Il sentiero CAI 401 è in piena battuta di sole ma, arrivata all’auto continuo a guardarmi indietro, conscia di aver visitato un luogo che mi ha cambiata per sempre.

Mesi dopo mi ritrovo a leggere Fiore di Roccia, il racconto di Agata si accavalla ai miei ricordi in un continuum che fa riaffiorare spesso una lacrima agli occhi.

So che questa camminata non è esattamente un trekking autunnale ma, se le condizioni meteo lo consentono, puoi valutare l’idea di una gita, tenendoti solo sul versante italiano la cui l’esposizione a sud e il sentiero di ghiaino, possono consentirti una salita e una discesa agevole.

Spero tanto che quello che ho scritto ti faccia venire voglia di salire al Pal Piccolo. Io attendo con ansia la prossima estate per poter tornare in quei luoghi e affrontare l’altro Pal.

Ci sentiamo presto con la recensione del libro di Ilaria Tuti, Fiore di Roccia.
Se vuoi rimanere aggiornata/o con il blog, ricorda di seguirmi su Instagram o Facebook.

A presto,

Elena

Sentiero CAI: 401
Altitudine: 1850 slm
Dislivello: +600
Salita: 2h circa
Lunghezza: circa 6km a/r


I am reading Ilaria Tuti’s book “Fiore di Roccia” (it should be soon available in English), and it is inevitable to go back to the day I visited the Pal Piccolo for the first time.
I will shortly write the review of the book by the author from Gemona del Friuli, but first I would like to tell you about the Pal Piccolo as I lived it, without the overlapping of Agata’s story.

I insisted a lot on being brought up here.
If you want to continue the Girarifugi, there are no stamps to do there,” Stefano warns me a few days before the trip, but I am convinced. I have wanted to go for a long time and I have been held back for too many months by COVID.

As we approach our destination, I feel a sense of uneasiness that accompanies me to the parking lot.
The Pass of Monte Croce Carnico is full of that cheerful convivial jumble, typical of mountain passes. People are preparing to walk or climb, bikers sink their mustaches in the foam of the first ice-cold beer of the day and stickers cover every road sign.

Stefano and I prepare silently. We change shoes and wear our light, robust, and waterproof trail running shoes by La Sportiva. I bask in the reflection of the windows and admire my new Salewa technical pants. Finally, we load the backpack on our shoulders, filled with the bare minimum, and set off towards Austria.

Stefano has already visited the Pal Piccolo and knows that in the summer heat, it is better to tackle the upward path in the shadow of the Carinthian side that faces the north.
As we pass the semi-abandoned buildings of the border, I feel the first lump in my throat. I think about what happened about 500 meters above our heads a hundred years ago and reflect on how exceptional it is to enter the “enemy’s” country without even showing a document.

The wind turbines welcome us, and we begin to climb. The altitude difference is of few meters but the path winds often and abruptly. We stop from time to time to drink and admire the landscape that reveals what remains of the old front. All in all, we proceed quickly but it still takes a couple of hours to get to the summit.

While I gasp and feel the sweat coming down from my temples, I think of the Carnic Carriers I have heard so much about, and the complaints I always reserve for the “weight” of my backpack. Nothing to do with their gerle filled with ammunition and food. I look at myself from the waist down, I know that they went up with scarpèts (topical Friulian shoes) and long skirts, so different from my comfortable technical clothes that dry with a gust of wind and allow me to make any movement I want.
Almost at the top, we cross the first tunnel that insinuates itself into the mountain like a twisted intestine that gives off a cold breath.
We proceed and meet other galleries, vertiginous stairs, and what remains of a kitchen. I identify with those who lived in these places and I feel a weight on my chest. The effort of the climb is already forgotten, indeed, I consider, it was no effort at all.

This chaotic revelry is now a neat and tidy open-air museum, arranged by the collaboration of Italy and Austria, but when we arrive at the summit cross I realize that the summit, in reality, no longer exists. Bombs and the tireless work of the soldiers consumed the tip of the mountain as if it were that of a pencil. Like a volcano whose cap has exploded.

Despite the huge difference that distinguishes the two places, as I walk through the trenches and follow the road signs that give meaning to the chaos, the labyrinthine cemetery of Paris Père-Lachaise comes to my mind. The comparison is perhaps risky, but in the end, this place has seen more death than the French cemetery.

The real Friulian monumental cemetery, but not only, is located up here.

There are no tombstones because after all the entire mountain is a huge sepulcher, which guards the souls of those sent here to certain death.
There are no flags because for mother nature borders do not exist, Italy and Austria blend seamlessly with each other.
The stones of each trench are the silent and unknown testimony of those who are no longer there.

There are flowers though. Many, colorful, fragrant, and populated by lively insects, as if to remind us that something beautiful can be born from something terrible.

As a result of the war, in fact, Europe was born.

Europe which, although criticizable in some respects, allows us after a hundred years, to visit the Pal Piccolo during a carefree Sunday trip and to greet with a friendly Ciao or Guten Tag the cheerful Austrian with purple cheeks that we meet inside the asphyxiating trenches.
Stefano and I sit on the sidelines to eat our sandwich.

Stefano eats but my mind struggles until it can’t take it anymore. I take out my mountain diary and write.
I write that it seems strange to me to be in this place, laughing and joking knowing the sacrifice that my every laugh has required.
I write about the sense of gratitude I feel towards those who allowed me to be here and hear only the wind’s hiss rather than that of the bombs.

I believe that a trip to the Pal Piccolo should be mandatory for anyone who has the physical ability to reach it. This mountain is a War Memorial and tells an important part of world history. The walk here should serve as a reminder whenever we feel angry at the European institutions.
Politics may be wrong but the idea of ​​a united and friendly Europe is not.

We conclude the tour by descending on the Italian side. The CAI path 401 is in full sunlight but when I get to the car I keep looking back, aware that I have visited a place that has changed me forever.

Months later I find myself reading the book by Ilaria Tuti and the story protagonist overlaps with my memories in a continuum that often brings a tear to my eye.

This walk is not exactly an autumn trekking but, if the weather conditions allow it, you can evaluate the idea of trip by keeping on the Italian side only, whose southern exposure and gravel pathway allows you an easy ascent and descent.

I really hope that what I have written will make you want to visit the Pal Piccolo. I look forward to next summer to be able to return to those places and face the other Pal.

See you soon with the review of Ilaria Tuti’s book, Fiore di Roccia. If you want to be updated on new blog posts, remember to follow me on Instagram or Facebook.

See you soon,
Elena

CAI path: 401
Altitude: 1850 slm
Difference in altitude: +600
Ascent: 2h
Length: about 5 km a / r

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