Bucce d’Arancia sul Fronte di Nord Est – Claudio Calandra

English Version Below

Un libro ambientato in Friuli-Venezia Giulia per approfondire la storia delle Portatrici Carniche.

Quando ho pubblicato la recensione di Fiore di Roccia di Ilaria Tuti, non mi sarei mai aspettata il messaggio che ho ricevuto una sera di fine ottobre su Facebook. Il mittente è Claudio Calandra che mi segnala il suo libro Bucce d’Arancia sul Fronte di Nord Est.

Mentre fisso la copertina, sono immediatamente certa di averlo letto. Dopo una veloce ricerca sul mio quaderno dei libri (si, oltre al diario della montagna ne ho anche uno per i libri), risalgo al primo incontro con la storia di Tano e Sciulin. Un incontro avvenuto nel 2011 grazie al libro di Calandra, che possiedo con tanto di autografo.

Prima Guerra Mondiale, l’Italia entra in guerra e Tano, un ventenne di Caltagirone, è costretto a partire per il fronte, in una remota zona del profondo Nord.
Carnia. Persino nel nome, questa zona del Friuli-Venezia Giulia al confine con l’Austria risuona appuntita e graffiante come una roccia.
Tano parte con il disappunto dell’intera famiglia, che affida a lui, unico erede maschio, il destino della bottega.
Che c’entriamo noi con la guerra di lassù? si chiede Don Vito, padre di Tano, prima della partenza. In fin dei conti, per la Sicilia, lassù non è nemmeno segnato nelle cartine geografiche di un’inesistente Italia.
Tano arriva al fronte dopo un estenuante viaggio di quattro giorni, consapevole che il destino della Patria è nelle sue mani e va plasmato come l’argilla delle sue ceramiche.
La vita al fronte risucchia subito Tano. Ciclista porta lettere, il siciliano interseca solidi rapporti con i granitici abitanti del confine. Pre Florio, saggio curato di Timau, è un insostituibile confidente ma tra tutte le creature del nord, nessuna è più mitologica delle Portatrici Carniche.
Ragazzine e donne che riescono a trasportare nelle loro gerle gli approvvigionamenti di viveri e munizioni per gli uomini in trincea. Su tutte le Portatrici spicca nel cuore di Tano Sciulin, caparbia sedicenne di Timau. I due sono una nota dolce tra il rombo dei cannoni e il loro amore si sviluppa in modo delicato e persistente, come il profumo delle bucce d’arancia sulla stufa calda.

Buona parte dei libri ambientati in Friuli-Venezia Giulia affondano la loro ragion d’essere nelle due guerre mondiali. Sarebbe impossibile altrimenti. Il Friuli-Venezia Giulia ha vissuto pesantemente entrambi i conflitti e i racconti di quegli anni sono ancora descrizioni vivide narrate a fior di labbra da chi ha vissuto i combattimenti in prima persona.
Nonostante una nonna classe 1921 ancora in grado di narrare la sua vita ai tempi del regime in una terra di confine, non posso negare che i racconti sulle Portatrici Carniche siano quelli che più mi emozionano.
Forse perché, data la mia passione per le camminate e la vicinanza d’età con quelle che erano le portatrici, mi viene più facile immedesimarmi in loro. Oppure perché, leggendo delle loro gesta, interrogo anche me stessa per capire se sarei capace di un tale spirito di resilienza e dedizione.
Fiore di Roccia di Ilaria Tuti punta proprio sull’immedesimazione. Il fiato del lettore si unisce a quello della protagonista Agata e la segue, come un insetto, lungo le pendici del Pal Piccolo e nell’angusto buio delle trincee.
Con Bucce d’arancia sul fronte di nord est di Claudio Calandra si esce da una visione più intima e personale per sorvolare come spettatori l’intera vita del fronte.
Una vita costituita da soldati, ma anche da civili. Da morte e amore. Lutto e vita. Giustizie e ingiustizie.
La fantastica ma normale storia d’amore tra Tano e Sciulin si interseca con quella di fatti e personaggi realmente esistiti come pre Floreano Dorotea, curato di Timau, e Don Luigi Sturzo. Oppure con la tragica fine della più famosa tra le Portartici Carniche, Maria Plozner Mentil.
Personalmente avrei apprezzato un maggiore approfondimento di descrizioni e personaggi ma capisco la volontà dell’autore di concentrare in poco più di duecento pagine quanto di importante c’è da sapere sulla storia delle Portatrici Carniche, per lasciarne almeno un’impronta nel sentiero della storia.

Se da un lato questo romanzo ambientato in Friuli-Venezia Giulia mi rende orgogliosa perché rivela i lati migliori del popolo friulano, dall’altro mi lascia un po’ di amaro in bocca. Si dice che per fare la Patria Italia, unire gli Italiani e, aggiungo, creare l’Europa ci siano volute due guerre mondiali ed esodi affini a quello compiuto da Tano. Come dopo la visita al Pal Piccolo, mi chiedo quindi cosa sia rimasto di quel sacrificio compiuto tanti anni fa. Le risposta che darei di primo acchito, in questo preciso momento storico di pandemia globale, è secca: niente.
Ci sarebbe tanto da imparare dalle Portatrici Carniche in questo momento in cui, oltre alla resilienza, a prevalere dovrebbe essere quell’idea di bene collettivo che supera le necessità egoistiche del singolo.

Forse la storia delle portatrici è tenuta in sordina proprio per questo motivo. Libri come quello di Calandra ci mettono davanti una realtà che fa uscire noi “moderni” in modo tutt’altro che lusinghiero.  L’assurdo di ogni guerra … la decide chi non la fa e la fa (pagando un prezzo salato) chi non la vuole!


When I published the book review of Fiore di Roccia by Ilaria Tuti, I would have never expected the message I received. One late-October evening, Claudio Calandra contacted me on Facebook to report me his book “Bucce d’arancia sul fronte di Nord Est” (Orange peels on the North Eastern front).

As I stared at the cover, I was sure I had already read the book. After a quick search in my book diary (yes, besides the mountain diary I also keep one for books), I’m taken back to my first encounter with Tano and Sciulin. A gathering that took place in 2011 thanks to Calandra’s book, which I own autographed.

First World War. Italy enters World War I and Tano, a twenty-year-old boy from Caltagirone, Sicily, leaves for the front located in a remote area far north.
Carnia. Even in its name, this area of Friuli-Venezia Giulia on the border with Austria sounds sharp and scratchy like a rock.
Tano’s family is not supportive. His parents entrust the fate of the shop to him, the only male heir. What do we have to do with the war up there? asks Don Vito, Tano’s father, before the boy leaves. After all, for Sicily, “up there” it is not even marked on the geographical maps of a then nonexistent Italy.
Tano arrives at the front after an exhausting four-day journey. He’s scared but also aware that the destiny of his homeland is in his hands and that he must shape it like clay.

Life at the front immediately sucks Tano in. He becomes a cyclist letter carrier and builds solid relationships with the introverted inhabitants of Carnia.
Pre Florio, wise curate of Timau, is an irreplaceable confidant but among all the creatures of the north, none is more mythological than the Carnic Carriers.
Girls and women who carry in their panniers food and ammunition for the men in the trenches. Out of all the Portatrici Carniche a stubborn sixteen-year-old from Timau stands out in the heart of Tano.
Tano and Sciulin’s love story is a sweet note between the roar of the cannons. Their love develops in a delicate and persistent way, like the scent of orange peels on the hot stove.

Most of the books set in Friuli-Venezia Giulia revolve around the two world wars. It would be impossible otherwise.
Friuli-Venezia Giulia has heavily experienced both conflicts. The stories of those years are still vivid descriptions narrated by the lips of those who experienced the fighting firsthand.

Despite having a grandmother born in 1921 who is still able to narrate her life in WW2, the stories about the Carnic Carriers are the ones that move me most.
Perhaps, given my passion for trekking and the closeness of age with those who were carriers, it is easier for me to identify with them.
Or maybe, reading about their deeds, I also question myself and wonder if I would ever be capable of such a spirit of resilience and dedication.

Fiore di Roccia by Ilaria Tuti focuses on identification. The reader’s breath joins that of the protagonist, Agata, and follows her, like an insect, along the slopes of Mount Pal Piccolo and in the narrow darkness of the trenches. With Claudio Calandra’s book, one gets to fly over the entire scenery like spectators. A life made up of soldiers, but also of civilians. From death and love. Mourning and life. Justices and injustices.
The fantastic, but normal, love story between Tano and Sciulin intersects with that of real facts and characters. Pre Floreano Dorotea, curate of Timau, and Don Luigi Sturzo are historical characters. As well as the most famous of the Carnic Carriers, Maria Plotzil Lentil.

Personally, I would have appreciated a longer description of places and characters, but I understand the author’s desire to concentrate in two hundred pages on what is important to know about the history of the Carnic Carriers.
If, on the one hand, this novel set in Friuli-Venezia Giulia makes me proud because it reveals the best sides of the Friulian people, on the other, it leaves me a little bitter.

It is said that to build Italy, unite the Italians and, I add, create Europe, it took two world wars and exoduses like Tano’s.
After the visit to the Pal Piccolo, I thus wonder what remains of that sacrifice made many years ago. The answer that I would give at first glance, in this precise historical moment of global pandemic, is dry: nothing.
There would be much to learn from the Carnic Carriers. In addition to resilience, we could learn the idea of collective good that overcomes the selfish needs of the individual. Perhaps, the history of the carriers is kept quiet for this very reason.

Books like Calandra’s present us with a reality that brings us “moderns” out in a way that is anything but flattering. The absurdity of any war … those who don’t do it decide it and those who don’t want it do it (paying a high price)!

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