Che lezione possiamo imparare dal Covid?

Oggi nella mia baita immaginaria vorrei raccogliermi attorno al fuoco e fare una riflessione.
Una riflessione che parte dalla foto qui sopra e si lega al momento che stiamo vivendo. Cosa dobbiamo imparare dal Covid, mi chiedo.
Il collage è nel mio cellulare da un po’, da quando ho scritto la recensione di Fiore di Roccia. Volevo usarlo sui social con una didascalia semplice come “La differenza che fanno poco più di cent’anni”. Con il passare del tempo però ho cambiato idea. Mi sembrava fin troppo banale ridurla ad un copy frettoloso per raccogliere like.

Così mi ritrovo a scrivere quello che penso. Non ci sono libri o camminate in Friuli-Venezia Giulia legati a quello che sto per scarabocchiare, ma solo i miei pensieri. Come se questo blog fosse un posto reale e le parole fossero dette a voce bassa, al tepore delle braci con un bombardino tra le mani e le fredde tenebre fuori.
Sono passati 100 anni dalla foto sopra eppure le due ragazze sembrano di due specie diverse.
Ho quasi trent’anni ed io e la portatrice potremmo essere coetanee, eppure sul suo viso ci sono linee che sul mio arriveranno tra diverso tempo o forse mai
Tutto nella mia figura indica una vita comoda che la portatrice avrebbe potuto a stento immaginare.
Eppure, mi ritrovo a scrivere dal mio divano con la netta sensazione, e un po’ di speranza, che il mondo che conosco stia finalmente per cambiare.
Con il Coronavirus ci troviamo davanti ad un conflitto, a tutti gli effetti. Grazie al leggero velo di pessimismo che mi contraddistingue posso dire che una guerra me l’aspettavo. Ad ogni pagina dei miei libri di storia riflettevo che la mia società era in pace da fin troppo tempo. Mi chiedevo quando sarebbe ritoccato a noi di essere al centro di una battaglia. Mi aspettavo le bombe, i kamikaze, dopotutto è quella la piega che stava prendendo il mondo. Non prevedevo una pandemia. Non mi aspettavo di dovermi rinchiudere in casa e combattere la invisibile diffusione di un virus a suon di mascherine a amuchina.
La verità è che questo COVID-19 è il nome in codice di un nemico che ci ha colpito ferendoci dove le bombe ci avrebbero a malapena scalfitto. Perché alle bombe e alla violenza siamo tutto sommato abituati. Le vediamo ogni giorno in tv o in qualche videogioco. Quello a cui non siamo abituati è lo stare in casa. Il vivere in un mondo ristretto che corrisponde al nostro comune o poco più. L’opposto di quanto accadeva alla mia corrispettiva portatrice qui sopra, il cui problema era un’invasione del suo angolo di mondo racchiuso tra le montagne.

Nel 2018 ho lavorato per una settimana a Malga Pozôf, e ricordo che una delle cose che mi lasciarono più sconcertata fu il vivere ventiquattro ore al giorno all’interno dei confini della malga. Dall’università in poi ho sempre studiato o lavorato a più di mezz’ora da casa, mi era pertanto strano dovermi spostare solo di pochi passi per dare inizio alla mia giornata. “Il mondo ha funzionato così fino a poco tempo fa, Elena. Sei tu quella strana.” Mi dicevo.
Forse è proprio questa la lezione che dobbiamo imparare dal Covid. Perché dopo poco più di due anni, ci ritroviamo tutti nella stessa situazione, confinati tra le mura di casa, del comune o della regione.
Se ci pensi bene però, il mondo naturale è quello della portatrice, non il nostro. Senza ausili tecnologici un lavoro o uno svago distante quaranta chilometri semplicemente non sarebbe possibile. La cosa strana è che noi siamo in grado di sostenere ritmi del genere, non il contrario.
Sono pessimista su tante cose, ma a dire la verità mi aspetto grandi rivoluzioni e lezioni dal Coronavirus. Durante il primo lockdown scrissi che speravo che il Covid ci facesse scendere da questa ruota da criceti su cui corriamo alla rifusa, senza sapere nemmeno il perché. Le mie speranze sono state disattese nel lasso di una stagione ma ora che siamo di nuovo in lockdown, ecco che si ripresentano. Sono flebili, so che probabilmente verrò disillusa ma appena guardo il collage un barlume rimane.

Mi metto nei panni della portatrice. Povera, con una guerra sopra la testa e poche speranze verso il futuro. Il mondo che conosceva lei è finito in modo eclatante, rumoroso e sanguinolento. Eppure due eventi disastrosi come le guerre mondiali hanno portato tanto, nel bene e nel male. Il male è evidente. Siamo distaccati dalla natura, il profitto è la religione che unisce più persone al mondo e stiamo distruggendo il pianeta, ma non tutto quello che è nato dalla guerra è stato un male.
Nel racconto della mia esperienza sul Pal Piccolo parlavo del senso di gratitudine che provavo nei confronti di chi si era sacrificato per farmi iniziare la camminata in terra nemica. Ma c’è di più. Sono donna, è ovvio che c’è di più.
Sono una donna nella media e nessuno mi ha mai imposto una strada. Sono la prima laureata in famiglia e benchè un pezzo di carta non conti poi molto, sono la parte più istruita della mia coppia. Sono la prima a vivere da sola e a convivere senza essere sposata. Non ho bisogno del mio compagno per mantenermi, per togliermi degli sfizi o per comprare ciò di cui ho bisogno. Posso scegliere se e quando avere una famiglia. Se non fosse per la nonna girovaga (che però ha potuto viaggiare grazie ad una precoce vedovanza), sarei stata anche la prima a vedere il mondo. So che ci sono molteplici situazioni complicate ma so anche di non essere una mosca bianca.
Ecco quindi le speranze che nutro nei confronti di questa guerra al mostro invisibile. Che di tutto il male esca del buono. Ho fiducia perché è già successo e spero che possa riaccadere.

Nel frattempo, scrivo nella forse sciocca convinzione che le mie parole arrivino a chi vede gli stessi barlumi che vedo io. Scrivo per non perdere la speranza. Scrivo per esprimere quello che penso. A salvarci non saranno i social o le bevute ingorde e insulse in mezzo a falsi amici e veri sconosciuti ma i buoni libri. Non quelli con la copertina più instagrammabile ma quelli che possono darci nuovi strumenti per costruire un mondo migliore. A salvarci sarà ridimensionarci ad una dimensione più umana, a portata di piede o bicicletta, non un volo low-cost da consumare in una manciata di ore o poco più. Ci salveremo se capiremo che il progresso che abbiamo ottenuto è bellissimo ma incompatibile con una vita salutare.

Mentre le ultime braci muoiono nel caminetto della mia baita virtuale e lo stoppino delle candele giunge a fine corsa, chiudo gli occhi su un ultimo pensiero. Al centro due parole: parsimonia ed equilibrio. Nel cibo, nei social, nelle parole e nei sentimenti.


WHAT LESSON CAN WE LEARN FROM COVID?

Today in my imaginary hut I would like to gather around the fire and reflect. A reflection that starts from the photo above and links to the moment we are living. What can we learn from Covid-19? I wonder.
The collage has been on my mobile for a while since I wrote the review of Fiore di Roccia. I wanted to use it on social media with a simple caption like “The difference a little over a hundred years make“. Over time, however, I changed my mind. It seemed too trivial to reduce it to a hasty copy to collect likes. So I find myself writing what I think. There are no books or trekkings in Friuli-Venezia Giulia, related to what I am about to scribble, but only my thoughts. As if this blog were a real place and the words were spoken in a low voice, in the warmth of embers with a bombardino in our hands and the cold darkness outside.

It’s been 100 years since the photo above and yet the two girls look like they are of two different species.
I am almost thirty years old and the Carnic carrier and I could be the same age. Yet there are lines on her face that will arrive on mine in some time or maybe never.
Everything in my figure indicates a comfortable life that the Carnic Carrier could hardly have imagined. Yet, I find myself writing from my sofa with the distinct feeling, and a little hope, that the world I know is finally about to change.

With the Coronavirus, we are facing a conflict, to all intents and purposes. Thanks to the slight veil of pessimism that distinguishes me, I can say that I was expecting a war. After every page of my history books, I reflected that Europe had been at peace for far too long. I wondered when we would be retouched by battles. I was expecting bombs, kamikazes, after all, that’s the turn the world was taking. I didn’t expect a pandemic. I didn’t expect to have to lock myself up at home and fight the invisible spread of a virus with Amuchina and masks.
The truth is that this COVID-19 is the name code of an enemy that wounded us where the bombs would have caused scratches. We are used to bombs and violence. We see them every day on TV or in some video games. What we are not used to is staying indoors. Living in a restricted world that corresponds to our municipality or a little more. The opposite of what happened to my corresponding Carnic Carrier above. Her problem was an invasion of her corner of the world enclosed by the mountains.

In 2018 I worked for a week at Malga Pozôf. I remember that what disconcerted me the most was living twenty-four hours a day within the confines of the malga.
From university onwards, I have always studied or worked more than half an hour from home. It was thus strange for me to have to move only a few steps to start my day. “The world has worked like this until recently, Elena. You’re the strange one. ” I told myself.
Perhaps this is the lesson we need to learn from Covid.
After two years, we all find ourselves in the same situation, confined within the walls of our home.
If you think about it, however, the “natural” world is that of the CarnicCarrier, not ours. Without technological aids, work or leisure distant forty kilometers or more would not be possible. The strange thing is that we are able to sustain such rhythms, not the other way around.

I am pessimistic about many things, but to tell the truth I expect great revolutions and lessons from the Coronavirus.
During the first lockdown, I wrote that I hoped Covid would make us get off this hamster wheel on which we run to the recast, without even knowing why.
My hopes have been dashed within a season but now that we are back in lockdown, here they are back. They are weak, I know that I will probably be disillusioned but as soon as I look at the collage a glimmer remains.
I put myself in the shoes of the carrier. Poor, with a war over her head and little hope for the future. The world she knew ended up in a blatant, noisy, and bloody way. Yet two disastrous events like the world wars have brought so much, for better or for worse. The evil is evident. We are detached from nature. Profit is the religion that unites more people in the world, and we are destroying the planet. Not everything that was born out of war was bad.

In the story of my experience on the Pal Piccolo I spoke of the sense of gratitude I felt towards those who had sacrificed themselves to make me start the trekking in enemy land. But there is more. I am a woman, it is obvious that there is more.
I am an average woman and no one has ever imposed a path on me. I’m the first graduate in my family and although a piece of paper doesn’t count much, I’m the most educated part of my couple. I am the first to live alone and to live together with my man without being married. I don’t need my partner to support me, to take off my whims, or to buy what I need. I can choose if and when to have a family. If it weren’t for my globetrotter grandmother (who, however, was able to travel thanks to a precocious widowhood), I would also have been the first to see the world. I know there are many complicated situations, but I also know that I am not a whitefly.
So here are the hopes I have for this war with the invisible enemy. May the good come out of all evil. I am confident because it has already happened, and I hope it can happen again.

In the meantime, I write in the foolish belief that my words reach those who see the same glimmers that I see. I write to not lose hope. I write to express what I think. What will save us, won’t be social networks or greedy and insipid drinking in the midst of false friends and true strangers. Good books and clever thoughts will save us. Not the ones with the most instagrammable cover but those who can give us new tools to build a better world. To save us will be downsizing to a more human dimension, within reach of foot or bicycle, not low-cost flights to consume in a few hours. We will be saved if we understand that the progress we have achieved is beautiful but incompatible with a healthy life.

While the last embers die in the fireplace of my virtual hut and the wick of the candles comes to an end, I close my eyes on one last thought. At the center two words: thrift and balance. In food, in social networks, in words and feelings.

Follow me on Instagram

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close