Il Friuli e l’Orcolat

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Mancava solo l’anguria in quella pigra e afosa serata d’inizio maggio.
La famiglia di Mario, i genitori più la sorella Anna con il marito e i due figli, era raccolta attorno al tavolo per la cena. Le finestre erano spalancate e dall’esterno entrava il nervoso abbaiare dei cani.
La stanza sembrava una sagra di paese.
Mamma ed Anna facevano versi strani e parlavano con vocine stridule rivolte ai bimbi.
Papà e il marito di Anna sedevano flaccidi e sudati ai due capi del tavolo e con una sigaretta tra le dita si urlavano le ultime novità calcistiche. Pareva che il completamento del nuovo stadio di Udine fosse imminente.
Nessuno era intenzionato ad alzarsi eccetto Mario.
Il suo corpo era lì ma la mente era già nel futuro, nella sua stanza con il nuovo mangiacassette e la musica dei Pink Floyd.
Posò la forchetta al lato del piatto, spinse la montatura degli occhiali sul naso appiccicaticcio poi lanciò un’occhiata al grottesco orologio a cucù vicino alla porta.
“Posso alzarmi?” domandò.
Suo padre aspirò dalla sigaretta. “Sparecchia prima.”
Mario impilò i piatti uno sull’altro e li portò in cucina. Raccolse i tovaglioli e le briciole lasciando in tavola solo i bicchieri e il vino.
“Vai vai.” Acconsentì infine suo padre.
Mario corse in camera, chiuse la porta e si sedette a gambe incrociate davanti al giradischi. Prese il suo nuovo mangiacassette portatile e lo collegò. La registrazione partì con un click secco. Erano quasi le nove quando i Pink Floyd si librarono nell’aria.
Mario chiuse gli occhi. Non voleva che la vista disturbasse l’udito. Shine on you Crazy Diamond era in puro contrasto con il chiasso che aveva lasciato nella sala da pranzo.
Bum.
Mario aprì gli occhi e sbuffò. La canzone era partita da poco e già lo richiamavano in cucina. Sbattè i palmi sudati sul pavimento, ma l’ira venne subito attutita dalla moquette e da un altro bum più sommesso, che gli fece scivolare un brivido lungo la schiena.
Lasciò tutto com’era e andò in cucina. “Mamma, hai sentito anche tu?”

Tanto tempo fa, nei boschi della Carnia abitava un uomo mastodontico, nerboruto e lunatico. Era così grande e peloso che la gente lo aveva correttamente definito un gigante. Era un tizio solitario e viveva rintanato in una grotta alle pendici di una montagna.
Non era cattivo ma il suo aspetto incuteva troppo timore perché le persone normali potessero considerarlo innocuo. Così ignorato, il gigante aveva finito per odiare la gente, e la gente per odiare lui.
Lui di certo non si impegnava per far cambiare idea ai paesani. Anzi, il più delle volte approfittava delle sue dimensioni ciclopiche per saccheggiare e infastidire i paesi limitrofi. Per lavarsi, ad esempio, sceglieva sempre i fiumi più vicini ai villaggi e puntualmente li faceva esondare. Se doveva starnutire, lo faceva in direzione dei paesi e con un solo ecciù scoperchiava interi rioni.

Il gigante rimase non poco sorpreso quando il matto del paese si presentò davanti al suo antro con dieci botti di vino e un mazzo di carte.
Tite, così si chiamava l’uomo, era stato mandato dal gigante per negoziare una tregua a colpi di briscola. Se avesse vinto il gigante, avrebbe potuto continuare a infliggere angherie ai villani e scolarsi tutte le scorte di vino del paese. Se avesse vinto Tite invece, il gigante avrebbe dovuto comportarsi in maniera civile.
Il gigante non aveva mai giocato a Briscola ma la fortuna del principiante lo assistette durante la gara. Tite perse ogni partita ma era così matto da diventare più allegro dopo ogni sconfitta. Dopo diversi tentativi, Tite alzò bandiera bianca e ben presto, come promesso, al gigante furono portate altre botti di vino che l’omone si scolò in poche sorsate.
Non si era mai sentito così invincibile, euforico e… assonnato. Il vino gli aveva annebbiato la mente e le vittorie lo avevano ubriacato facendolo cadere in un sonno profondo.

Il gigante si risvegliò di soprassalto. Quando aprì gli occhi ci mise un po’ a capire dove si trovava e perché fosse così buio. Era nella sua grotta, vero, ma qualcosa era diverso. Nelle giornate di primavera un refolo di vento si faceva sempre strada tra le rocce portando con sé il profumo del muschio e della terra umida. Ora la sua caverna odorava di polvere e muffa e del refolo primaverile non c’era traccia.
Il gigante si alzò e barcollò fino alla bocca della caverna.
Era chiusa da un cumulo di pietre. Vicino all’uscio, trovò un fiasco di vino e un mazzo di carte.
Capì in quel momento di essere stato ingannato.
La rabbia si fece strada nel suo corpo, gli ingrossò le vene del collo, il volto divenne rubicondo e incandescente.
Urlò. Il suo era un lamento profondo, roco e arrabbiato. Strinse i pugni e si gettò sul cumulo di pietre che ostruivano il passaggio, ma non accadde nulla.
Ci provò di nuovo con maggiore forza ma anche questo tentativo fu inutile. Si allontanò, studiò la parete e ci provò ancora ma il suo corpo e la sua mente avevano già capito che quell’energia veniva emanata invano. Il gigante tornò nell’angolo più remoto del suo antro e si acquietò.

Il gigante sapeva di non poter fare molto altro. Lasciò passare del tempo, cercò dei punti deboli in quell’impresa titanica che i paesani avevano costruito durante il suo sonno. Alcune volte però perdeva la pazienza e si accaniva su quel muro di pietra senza scalfirlo di un millimetro.
Dopo la partita con Tite non ebbe più contatti con gli umani.
Eppure, durante una delle sue scenate, avrebbe potuto giurare di aver sentito una flebile voce dire.
Cuietiti, Orcolat”. (Calmati, Orcolat!)

Una delle sfuriate del gigante Orcolat coincise con la sera in cui Mario era nella sua cameretta a registrare i Pink Floyd.

Erano le ore 21 del 6 maggio 1976.

Mario non registrò solo uno dei brani più importanti della storia della musica. Registrò la voce cavernosa del gigante che con la sua rabbia distrusse il Friuli.

6 maggio 1976. È una data che in Friuli tutti conoscono. È stampata nella mente di ogni friulano che era vivo allora e nelle generazioni successive.
L’Orcolat, forse più della guerra, ha segnato la storia e la memoria di questa terra di confine. La guerra dopotutto è fatta dagli uomini, è una bestia domabile. Ma come combatti la natura? Come sconfiggi un Orcolat?
Non lo fai. Puoi solo accettarne le conseguenze e rimboccarti le maniche per limitare i danni.
È una cosa che sappiamo fare bene noi friulani, rimboccarci le maniche e dopo quel 6 maggio 1976 lo abbiamo fatto.

Prima le fabbriche, poi le case e infine le chiese.

Siamo un popolo testardo che quando si mette in testa qualcosa la porta a termine. Tutti ripetevano quella frase fino allo sfinimento, e tutti lavoravano all’unisono verso quel sogno di normalità e di riscatto.
Ce l’abbiamo fatta.

Il Friuli è modello di ricostruzione per tutto il mondo. Effettivamente, qui non ci sono quasi più segni del terremoto di quarantacinque anni fa. Ma solo perché la ferita non si vede non vuol dire che non esista.
Le case ordinate e ben ristrutturate da quintali di cemento e intonaco non sono che un tatuaggio che prova a mimetizzare una cicatrice profonda e mai rimarginata del tutto.

La leggenda narra che l’Orcolat sia rinchiuso nel ventre di un monte, il San Simeone, e paradossalmente è proprio un’altra montagna a rivelare l’unica crepa nella perfetta ricostruzione Friulana.
Il monte Amariana è la prima vetta che si incontra arrivando dalla pianura, come un mastino a guardia delle Alpi. Ha la forma di una piramide la cui unica imperfezione è buco a pochi metri dalla cima. L’unico sfregio rimasto di quella sera, l’unico muro che mai nessun muratore riuscirà a riparare.

Noi friulani moderni ci troviamo sulle spalle eredità importanti. Il modo in cui i nostri avi hanno affrontato le avversità della vita ci mette davanti ad un paragone che sembra perso in partenza.
Ogni 6 maggio, il mio cuore Friulano si riempie di orgoglio ma allo stesso tempo si pone una domanda. Saremmo in grado di rifare quello che hanno fatto loro?

Una sola risposta mi salta in mente: Il Friûl al ringrazie e nol dismentee (Il Friuli ringrazia e non dimentica)


Let’s meet on Instagram:


Friuli and the Orcolat

On that hot May night, the only thing missing was a juicy watermelon.
Mario’s family seated around the table for dinner. There were two parents, Mario, his sister Anna with her husband and two children.
The nervous barking of dogs entered the room from the wide-open windows. The dining room felt like a festival.
Mom and Anna were giggling and making weird noises towards the babies. Dad and Anna’s husband seated floppy at the table’s extremities, screaming about soccer news. The new stadium was almost finished.
Nobody wanted to end dinner, except Mario.
His body was there, but the mind was already in the future, in his bedroom with the new cassette player and Pink Floyd’s music.
He laid the fork beside the plate, slid his glasses over the sweaty nose, and stared at the grotesque clock near the door.
“Can I go to my room?” Mario asked.
His dad sucked the smoke off his cigarette. “Clean the table first.”
Mario piled the dishes and brought them to the kitchen. He collected the napkins and crumbs, leaving on the table only the glasses and a bottle of wine.
“You can go.” Agreed his dad finally.
Mario ran to his room, closed the door, and sat cross-legged in front of his record player. He then connected his new cassette player and recorder, the recording started with a click. It was almost nine o’clock when Pink Floyd started playing.
Mario closed his eyes, he didn’t want the sight to distract him from the music. Shine on you Crazy Diamond was in neat contrast with the mess in the other room.
Boom.
Mario opened his eyes and snorted. The song had barely started, and his parents already wanted him back. He hit his fists on the floor, but the sound and his anger were muffled by the moquette and by another softer boom that made him shiver.
He left everything as it was and went to the kitchen. “Mom, did you hear that?”

A long time ago, in the woods of Carnia lived a mammoth, beefy, and moody man. He was so big and hairy that people called him “giant”. And he was indeed. He was a lonely guy and lived holed up in a cave on the slopes of a mountain.
He wasn’t evil but his appearance was too scary for normal people to consider him harmless. Thus ignored, the giant ended up hating people, and people hating him.
He certainly did not try to make the villagers change their minds. Indeed, most of the time he took advantage of his gigantic dimensions to annoy his neighbors. To wash, for example, he always chose the rivers closest to the villages and made them overflow. If he had to sneeze, he did it in the direction of the villages and with just one sneeze he took all the roofs off.

The giant was therefore quite surprised when the most bizarre man of the nearby village approached his cave, with ten barrels of wine and playing cards.
Tite, this was the man’s name, was sent to the giant to negotiate an armistice by playing cards.
The giant never played cards, but he was assisted by the beginner’s luck. Tite lost every game but he was so crazy that he became happier after every defeat.
After some matches, Tite raised the white flag and as promised, the villagers brought the wine to the giant, which he drained into a few gulps.
The giant had never felt so invincible, elated, and… sleepy. The wine had numbed his mind and victories had made him drunk. He fell asleep.

When he woke up, for a moment, he didn’t know where he was and why it was so dark. He realized he was in his cave, but something was different. On spring days, the breeze entered the cavern, bringing in the smell of moss and damp earth.
He stumbled towards the cave’s entrance, but he found it sealed by a wall of rocks. Near the gate, he found a flask of wine and the playing cards.
He then understood that he had been fooled. He got angry; the hanger made his body boil. He threw himself on the rock wall, but nothing happened.
He tried again but all his tries were vain. His body and his mind already knew that all the efforts were useless. The giant went back to the farthest corner of his cave and quieted.
He couldn’t do much else.
Time passed; the giant searched for weak points in the wall but couldn’t find any. Sometimes, the anger got the best of him and he threw himself on the wall anyway.
Tite was the last human he ever met. Yet, during one of his anger exploits, he swore he heard a weak voice say. “Cuietiti, Orcolat!”(Calm down, Orcolat)

One of the giant’s wraths occurred on the same night Mario was in his room listening and recording Pink Floyd.

It was 9 pm o’clock on May 6th, 1976.

Mario not only recorded one of the most important songs in music history, but he also recorded the voice of the earthquake, that destroyed Friuli. In Friuli, we call that earthquake Orcolat.

May 6, 1976. This is the date that everyone in Friuli knows. It is printed in the mind of every Friulian who was alive then and in following generations.
The Orcolat, perhaps more than war, has marked the history and the memory of this borderland. After all, war is made by men, it is a tamable beast. But how do you fight nature? How do you defeat an Orcolat?
You don’t. You can only accept the consequences and roll up your sleeves to limit the damage.

It is something that we Friulians know how to do well, roll up our sleeves and we did it after May 6, 1976. And again in September, when a second earthquake stroke Friuli.

Factories first, then the houses and finally the churches.

We are a stubborn people. When we decide something, we carry it out. Everyone repeated that phrase till exhaustion. Everyone worked towards the same dream of normality and redemption.
They made it.


As of today, Friuli is still a model of reconstruction for the whole world. Indeed, there are hardly any signs left here of the earthquake of forty-five years ago. But just because the wound isn’t visible doesn’t mean it doesn’t exist.
The tons of concrete and plaster that cover the tidy and well-restored houses are nothing more than a tattoo that tries to camouflage a deep scar that will never be healed completely.

Legend has it that the Orcolat is caged in the belly of a mountain, Mount San Simeone. Ironically it is another mountain that bears and reveals the only crack in the perfect Friulian reconstruction.
Mount Amariana is the first peak you meet when arriving from the plain, like a mastiff guarding the Alps and Carnia. It has the shape of a pyramid whose only imperfection is a hole, a few meters from the top. That is the only scar left of that evening, the only wall that no bricklayer will ever be able to repair.

We modern Friulians have important legacies on our shoulders. The way in which our ancestors faced the adversities that moment puts us up for a comparison that seems lost from the start.
Every 6th May, my Friulian heart fills with pride but at the same time, a question arises. Would we be able to do what they did?

Just one answer comes to my mind: Il Friûl al ringrazie e nol dismentee (Friuli says “thank you” and doesn’t forget).

Un pensiero riguardo “Il Friuli e l’Orcolat

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