Dalla moda alla malga: una “cittadina” diventa cowgirl
Published by Elena Feresin on
Come nasce The Writer's Mountain Hut
Trovare la propria strada: una "cittadina" in malga

Trovare la propria strada non è mai un percorso lineare.
A volte significa fermarsi, cambiare direzione e ricominciare da capo.
Nel 2018 mi sono trovata davanti a un bivio importante: seguire la mia azienda a Milano oppure lasciare tutto e restare in Friuli?
Ho scelto di rimanere e, dopo aver preso quella decisione, è stata una malga, un mountain hut, sul Monte Zoncolan a rimettere insieme i pezzi della mia vita.
Cosa leggerai in questo articolo:
ToggleUn luogo in cui respirare
Dopo aver consegnato la lettera di dimissioni, mi sentivo spaventata e confusa.
Avevo bisogno di schiarirmi la mente e di sostituire il peso dei pensieri con la fatica fisica.
Decisi quindi di tenere fede alla frase che mi ero ripetuta spesso durante la fase di trattative.
Meglio spalare m***a in malga che a Milano
Un’amica conosceva Michele Gortani, allora gestore di Malga Pozôf, così gli chiesi di lavorare lì durante l’unica settimana di ferie che avevo quell’anno.
Era Ferragosto, il periodo più intenso per la malga e io non avevo esperienza in quel campo, solo tanta voglia di fare e di mettermi alla prova. Con mia sorpresa, Michele accettò.
Il 12 agosto 2018 guidai la mia Fiat 500 lungo le ripide pendici del Monte Zoncolan per iniziare una delle esperienze più importanti della mia vita.
Sporcarsi le mani per ritrovare sé stessi
A volte, per trovare la propria strada, bisogna sporcarsi le mani.
Io sentivo il bisogno di fare qualcosa di concreto, lontano dalle email, dagli uffici e dalle ansie sul futuro.
Il Friuli non è Milano, lo sapevo bene e non esistono molte realtà lavorative simili a quella che mi apprestavo a lasciare. Durante alcuni colloqui mi ero persino sentita dire di essere “troppo qualificata”.
La malga era quindi un modo mettermi alla prova, per capire se ero abbastanza forte da affrontare qualunque cambiamento la vita mi avrebbe imposto.
La vita in malga era l’opposto di quella che avevo conosciuto fino a quel momento e proprio per questo ne avevo bisogno.
Una cittadina in malga
Appena arrivata a Malga Pozôf, fui subito soprannominata “la cittadina”.
In Friuli esiste un’espressione dialettale:
Atu di clamà un di Udin?
Si usa per prendere in giro chi si trova in difficoltà anche nelle attività più semplici. Io ero una ragazza di Udine, lavoravo nella moda e non avevo mai vissuto davvero la montagna.
La diffidenza era prevedibile e comprensibile.
Probabilmente pensavano che sarei scappata al primo ostacolo (lo pensavo anche io).
Invece, bastarono poche ore per capire che mi sentivo più a mio agio lì che durante uno dei tanti eventi eleganti a cui avevo preso parte Milano.
La vita in Malga
Iniziai subito a servire ai tavoli, pulire e ad aiutare nella preparazione del cibo per il giorno successivo.
La sera, stretta nel mio sacco a pelo, mi sentivo finalmente stanca nel modo giusto e per la prima volta da mesi, avevo la mente sgombra.
Anche se trascorsi in malga solo pochi giorni, quell’esperienza mi insegnò moltissimo.
Il mio posto di lavoro coincideva con la malga. Dieci passi separavano il sacco a pelo dalla cucina. Il bagno era dall’altra parte del cortile e attraversarlo in pigiama, di notte, con la temperatura a 10°. era un piccolo atto di coraggio.
I negozi più vicini distavano quaranta minuti di macchina, ma la montagna offriva già tutto il necessario.
Quella vita essenziale mi fece riflettere su quante volte, in città, avessi comprato oggetti inutili solo per riempire un vuoto.
La peggiore vergogna però l’ho avvertita quando, il penultimo giorno, ho sentito una mucca urlare per la perdita del suo vitellino che era stato venduto ad altri allevatori. Ulderica pianse tutta la sera. Mentre la sentivo piagnucolare, non riuscivo a smettere di pensare alla borsa Dolce & Gabbana da 500 €, in pelle di vitello ovviamente, che avevo comprato pochi giorni prima della mia avventura.
Forse sarebbe stato più facile ascoltare Ulderica se non avessi assistito al mio primo parto un paio di giorni prima. Ho assistito in silenziosa estasi alla nascita di un vitellino e sebbene la cittadina dentro di me vomitasse disgustata, io non riuscivo a distogliere lo sguardo. Ho accolto Billy con le lacrime agli occhi e il cuore pieno.

Dopo il parto, sono tornata in cucina dove le donne stavano preparando il cibo per il giorno successivo. Mentre mi sedevo con loro, narrando ciò che avevo appena visto, ho sperimentato qualcosa di cui avevo sempre sentito parlare nei libri di storia. Una comunità di donne (e uomini) raccolta intorno allo spolert (la tipica stufa friulana) a parlare di lavoro e di vita. La mamma di Michele, None Melie (nonna Melie, come diminutivo friulano del suo nome, Amelia) mi ha istruito sul modo corretto di mescolare la polenta e con dolcezza materna ha detto. “Impara questo e renderai felice tuo marito.”
La femminista dentro di me avrebbe criticato la netta divisione del lavoro tra uomini e donne. Avrei potuto ribattere che in una coppia non è solo compito delle donne compiacere l’uomo. Ma la verità è che sentivo che Melie mi stava trasmettendo le sue conoscenze. Stava trasmettendo a una sconosciuta il suo amore per il lavoro e l’importanza di prendersi cura delle persone che ami. Era il tipo di consiglio che mia nonna, mamma di mamma, avrebbe potuto darmi se non ci fosse stata portata via troppo presto.
Credo che questo tipo di comunità di donne dovrebbe ancora essere fondamentale nella nostra società.
Le conoscenze che stiamo perdendo



Anche se la stragrande maggioranza delle ragazze è ora ben istruita, stiamo perdendo questa antica conoscenza del mondo femminile. Il sapere che per secoli è stato tramandato di madre in figlia. Nella società moderna, nessuno ci insegna come prendersi cura dei neonati, per esempio. La maggior parte di noi sperimenta i bambini per la prima volta dopo averli partoriti.
Quella comunità femminile che si riuniva intorno allo spolert non ha ancora trovato un sostituto nel mondo moderno.
Cosa ci stiamo perdendo, così avvolti dalla fretta? Cosa non stiamo più imparando?
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